INTERMONDI

INTERMONDI DELLA RAGIONE DISARMATA


Una esperienza artistica vissuta tra sogno e realtà, tra vita concreta e viaggi onirici, fra gesto creativo e fughe introspettive, tra atto estetico ed un magma intrapsichico incubatore di immagini dal carattere particolare, riconoscibile a prima vista.
Domenico Morgese nasce a Pescara il 6 settembre del 1959.
In arte già madonnaro, scultore, disegnatore e pittore, è più familiarmente noto ai più col soprannome di famiglia “Capurale”, chiaro riferimento al ruolo svolto dal capostipite della famiglia Morgese al servizio dello Stato italiano nell’esercito. Per antonomasia l’appellativo è diventato nella comunità locale sinonimo e identificativo di “madonnaro”, tanto che indistintamente il soprannome viene usato ad Acquaviva per indicare appunto l’arte di colui che disegna con gessi colorati immagini sacre sui marciapiedi e sulle piazze.
La sua vicenda, sia artistica che umana, è profondamente segnata dalla storia del padre Francesco, reduce della seconda Guerra Mondiale, che ha patito la prigionia in campo nemico, avventurosamente sopravvissuto anche ad un principio di congelamento nell’infausta campagna di Russia, curato come ferito di guerra in un ospedale sul confine austriaco, dove conobbe e sposò, con il permesso dei genitori di lei, Anita Galardini di Colle Val d’Elsa in Provincia di Siena, che oltre ad essere madrina di guerra, si prodigava nella cura dei soldati feriti.
Sul finire degli anni ’50 Francesco Morgese decide di lasciare Acquaviva e la casa popolare nella quale abitava, per di trasferirsi in cerca di migliore fortuna con la famiglia a Monte Silvano in provincia di Pescara. Sarà durante questo periodo di permanenza in Abruzzo che nascerà Domenico.
Di ritorno ad Acquaviva negli anni successivi la famiglia Morgese non versa ancora in una migliore situazione economica: priva di un alloggio e di mezzi di sostentamento stabili, passerà diverse notti all’agghiaccio sulle panchine di piazza Garibaldi, il giardino comunale di nuova creazione.
Meglio conosciuto è il percorso artistico di Francesco Morgese che prende avvio in questo periodo e si sviluppa negli anni a venire: dopo aver assunto lavoro alle dipendenze del Comune con diverse mansioni, inizia a dare spazio al suo estro creativo, che lo spingerà presto diventare madonnaro, dopo aver iniziato a dipingere con i gessetti le pareti del macello comunale.
Numerose sono le opere di Francesco Morgese (Acquaviva delle Fonti 1919-2003) sparse in Italia, così come quelle presenti ad Acquaviva. Di tutte manca ancora una catalogazione.
Non mancheranno per la sua vitalità artistica riconoscimenti anche a livello nazionale, tanto da essere onorato come decano dei madonnari d’Italia: nel 1976 a Francesco Morgese verrà attribuito il titolo di “Madonnaro delle Grazie” per la sua opera “Crocifissione” e gli verrà dedicata nel 1988(1) l’edizione del concorso nazionale dei madonnari d’Italia, che si svolge annualmente presso la città di Curtatone in provincia di Mantova, sull’immenso sagrato del Santuario della Beata Vergine delle Grazie (2).
Sarà proprio a Curtatone che Domenico, seguendo le orme del padre, apprendendone le tecniche di disegno e cimentandosi anch’egli nell’arte di madonnaro, riceverà il suo primo riconoscimento ufficiale, quale encomio delle sue doti artistiche: nel 1985 gli verrà conferito, come primo classificato, il premio “Amanti del gessetto”, benché privo di qualsiasi formazione accademica.
Ben presto, però, le esperienze artistiche dei Morgese divergono definitivamente, con un profondo allontanamento delle tecniche e dei soggetti.
Le esperienze di vita improntate allo spirito di libertà del tempo ed in linea con le derive sociali degli anni ‘70, in cui spesso non mancava neppure la sperimentazione di sostanze d’abuso, conducono Domenico a viaggiare anche all’estero e a vivere spesso alla maniera dei cercatori senza meta per le nazioni d’Europa, collezionando numerose esperienze di vita, anche dolorose ed ai limiti della legalità o della tolleranza, anche a scapito della propria salute.
In questi anni di erranza Domenico sperimenta diverse tecniche artistiche: impara in particolare a padroneggiare l’arte della scultura su legno, realizzando manufatti con rapidità e disinvoltura.
Dopo il suo ritorno definitivo nella casa paterna, Domenico dà sfogo alla sua vena naïf di pittore autodidatta, non legato a scuole, correnti o accademie, nella cui opera prevalgono elementi popolari, rappresentati in modo ingenuamente realistico o fantastico.
Inizia il periodo in cui, abbandonato il campo figurativo del reale, compaiono le prime opere caratterizzate da un marcato astrattismo, dai toni cromatici accesi e profondi, ai quali si accompagneranno successivamente scene dal chiaro tratto onirico ed immaginifico, specchio di un universo interiore inesplorato, in cui gorgoglia la creazione di volti e di esseri plurimorfici.
Compare poi in alcune opere l’invenzione di un linguaggio simbolico e ideogrammatico, al quale associa di volta in volta differenti significati e valori.
Soggetto preferito di molti suoi disegni diventa il profilo del volto, che dipinge in quantità numerosa e in maniera a volte ossessiva, anche quando ridotto temporaneamente alla quasi totale cecità continua a tracciarli sulla tela praticamente “a memoria”, letteralmente ad occhi chiusi, quasi come di un ricordo impresso nel gesto pittorico della mano.
Tra i disegni di profili di personaggi ignoti e fi gure varie è riconoscibilissima la ricerca della rappresentazione del volto del padre, che pur tuttavia mai renderà esplicita nella forma del ritratto.
La rappresentazione continua della ricerca di tale immagine indica chiaramente quanto la fi gura del padre abbia influenzato la vicenda umana ed artistica di Domenico Morgese. Ne sono un esempio lampante le pareti della sua camera, affrescate proprio con i volti di solenni patriarchi, trasposizione più o meno inconscia della figura paterna.
Tali tratti spesso ripetitivi e gli elementi quasi maniacali nel loro susseguirsi ed evolversi restano una traccia da seguire per la comprensione di un’opera e di una esperienza artistica ancora tutta la leggere e da interpretare.
Nonostante l’abbandono pressoché definitivo dei soggetti religiosi, tipico del periodo da madonnaro, riaffiora in alcune opere con una drammaticità stupefacente l’intensità e l’afflato mistico di un senso religioso mai spento, quasi come un pungolo o come il bisogno di un abbraccio teso a soddisfare una intima necessità espressiva personale.
Significative a tal riguardo le diverse crocifissioni disegnate su carta e la realizzazione, sia pur su commissione ma di sua libera interpretazione, di un volto di Cristo, la cui serena espressione, commista a tratti tribali, lascia trasparire la quieta accettazione della condizione e della sorte del servo sofferente di Jahvè(3), rivelando sia pur nella drammaticità di un volto senza bellezza, senza splendore, senza un aspetto che possa piacere, dell’uomo che ben conosce il patire, la personale partecipazione del pittore a quel dolore, al quale aggiunge la propria personale ed intima sofferenza.
Risulta indubbiamente riduttivo comprimere e ricondurre l’esperienza artistica di Domenico Morgese all’universo del pathos e della sofferenza fisica o psichica, che per molti ancora genera sentimenti o atteggiamenti di ripugnanza: se pure l’esperienza del dolore segna in maniera indelebile la storia della sua persona, la sua opera apre la strada per un percorso di avvicinamento alla sua vicenda e alla comprensione del suo itinerario che dona all’arte e al mondo un originale tratto di arricchimento e di bellezza ancora.
Potrebbe apparire semplicistico, altresì, etichettare la sua espressione artistica come arteterpia o autoterapia, come il tentativo di indagare e trasfigurare un disagio, un dramma, una disperazione di fronte all’imperfezione e all’infelicità personale o del mondo, della fragilità della vita o come un richiamo alla forza necessaria per reagire agli eventi, alla rovina di un universo infantile o adulto, dilaniato dall’oblio e dal dolore dell’esistenza.
Al pari di altre manifestazioni artistiche legate a varie forme di disagio, indubbiamente l’esperienza estetica di Domenico Morgese si caratterizza per l’intento di disegnare per esistere, configurandosi come un mezzo che permette di vedere ed esprimere molto più di quello che le parole possono fare.
È spesso rilevabile, nell’ultimo periodo, un atto creativo finalizzato alla realizzazione di quadri “invendibili”, tanto da evocare paragoni e suggestioni che ci riportano alla mente il caso dell’Outsider art o dell’art brut, nata nei manicomi e nelle prigioni, in qualche grotta lontana dalla civiltà, promossa da uomini e donne segregati dalla società.
I quadri di Domenico hanno il pregio di essere immediatamente riconoscibili, non per essere accomunati all’arte dei folli, ma semplicemente per la produzione istintiva e spontanea, come quella degli artisti di strada.
La sua arte ha tratti simili a quella di quanti, pur privi di formazione culturale o ai margini della società, autodidatti, estranei ai circuiti dell’arte tradizionale, esprimono un linguaggio figurativo o simbolico personale, un proprio mondo dell’immaginario e sfuggono a qualsiasi condizionamento sociale o borghese, collocandosi al di fuori della tradizione o delle mode, al di fuori del sistema delle convenzioni estetiche, recuperando il substrato primitivo dell’arte arcaica, anche attraverso la produzione di una selva di disegni casuali, incontrollati e liberi.
L’arte è l’antidoto al distanziamento sociale. Ogni artista, anche se portatore di disagio, quando realizza un’opera d’arte diventa un protagonista nella società.
L’arte ci unisce e riesce a farlo attraverso ogni espressione artistica, dalla pittura al teatro, alla musica, alla letteratura.
Domenico, in definitiva, notoriamente conosciuto come persona mite e pacifica, nelle sue opere esprime chiaramente il disagio della condizione umana e sembra interrogarsi su che cosa è possibile sperare, ricordandoci che siamo esseri di frontiera fra mondi diversi che devono guardarsi e incontrarsi con uno sguardo disarmato, alleggerito e spogliato da tutti quei modi di pensare improntati a forme di violenza più o meno coscienti.
Tutti lottiamo contro un non si sa che e tutti usciamo da questa lotta azzoppati. Tutti noi, in fondo, non siamo altro che questo: incompiuti, barcollanti, abbozzi di una perfezione che deve ancora venire.
L’augurio è che questa mostra, contribuendo alla promozione della conoscenza dell’autore, possa creare o rinsaldare un legame sociale solidale tra l’artista e la comunità cittadina.

Vittorio Dinielli

dal volume Intermondi, L'incontro Edizioni-Acquaviva, 2024

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1. Davvero significativo a tal riguardo è il ricordo a lui dedicato nella pagina personale dell’artista Kurt Wenner sulla storia dei madonnari (https://kurtwenner.com/history-of-street-painting-4/) e l’opera a lui dedicata “Omaggio a Morgese” del Maestro madonnaro Flavio Sirio, un dipinto del 1988, realizzato a gessetto su cartone, diventato poi il manifesto dell’Incontro Nazionale dei Madonnari delle Grazie di quello stesso anno. 
Nell’opera si possono osservare diversi particolari: in primo piano il ritratto del madonnaro Francesco Morgese, con la sua tipica maglietta a righe, intento a disegnare la “Madonna del Cardellino” di Raffaello. Sulla destra si vede la mano dell’autore Flavio Sirio (riconoscibile dalla sua inconfondibile camicia colorata) mentre sta tracciando la firma e la data. Sullo sfondo è dipinto il trofeo bronzeo del Madonnaro. La scena si svolge sul sagrato e sullo sfondo è il Santuario della Beata Vergine delle Grazie.


2. Nella città di Curtatone esiste il museo dei madonnari, in cui è presente anche una sala dedicata a Francesco Morgese, dove si possono ammirare alcune sue opere lì presenti. Il museo dei madonnari è un luogo nato per conservare e trasmettere l’arte del disegno e del dipinto alla “maniera dei Madonnari”. Il Museo, di recente interessato da opere di ristrutturazione, conserva ed espone un consistente numero di opere di Maestri Madonnari: capolavori unici e creazioni del tutto originali si mescolano a riproduzioni su pannelli e cartoncini di opere eseguite precedentemente sulle piazze.
Il museo conserva le opere dei pionieri e Maestri del gessetto, quali Vittorio Caringella, Francesco Prisciandaro ed appunto Francesco Morgese, che da autodidatti dipingevano con gessi, polveri, carboncini, terre e con una certa rapidità d’esecuzione forme semplici ed incisive.
Vi sono anche i lavori freschi e naïf di “Straccetto”-Toto De Angelis, oltre a dipinti che offrono l’illusione della tridimensionalità, come quelli di Kurt Wenner, che ha fatto dell’abilità tecnica il proprio tratto distintivo, oppure opere, come quella di Mariano Bottoli, basate sul fenomeno ottico dell’anamorfismo, per cui l’immagine, che a prima vista appare distorta, diventa riconoscibile se osservata attraverso uno specchio curvo.


3. Cfr. Libro del profeta Isaia (42,1-4; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12).
Possiamo usare le parole di Is 53,3 per comprendere la condizione di sofferenza anche della vicenda personale del pittore. La descrizione del servo di Jahvè è prefigurazione del volto di Cristo sofferente e diventa la trasposizione autofigurativa del volto dell’autore: in quel volto di Cristo sofferente, Domenico sembra rappresentare proprio se stesso.
Tale appare l’intensità espressiva dell’opera “Testa di Cristo” di Domenico Morgese, che è paragonabile a tratti ad alcune raffigurazioni che sembrano evocare l’esperienza artistica del pittore francese Louis Soutter, vissuto e morto in solitudine (1871-1942), sconosciuto a tutti, apprezzato solo dopo la sua morte avvenuta in un ospedale psichiatrico, uomo infelice consumatosi in un lavoro creativo sfibrante e che ha realizzato numerosissime opere con varie tecniche.







31/08/2024 - Inaugurazione della mostra di pittura INTERMONDI











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