Favesi Domenico (poeta)

 FAVESI DOMENICO (POETA)



Rileggendo quel libro spesso mi sono chiesto se si trattasse davvero della stessa persona.

Difficile crederlo.

"PERSONAGGI ILLUSTRI ACQUAVIVESI dal 1400 ad oggi". – Brevi cenni biografici di cittadini Acquavivesi, che nei svariati eventi storici, dettero esempi e lustro alla nostra città, da epoche remote fino ai nostri giorni – recita la seconda di copertina. Un lavoro pubblicato a metà degli anni ’80 (P. Selvaggi).

La meraviglia partiva dall’indice. Tra i tanti uomini noti e importanti della storia di Acquaviva, onorati con l'intitolazione di strade e piazze (Amapani, Latilla, Pepe, Festa, Abrusci, Melosci, Luciani, Lucarelli, ecc…), figurava anche lui. Eppure il suo era un nome conosciuto per vicende ben diverse dalle quali era citato nel volume: "Favesi Domenico (Poeta)".

Rileggendo ora gli eventi storici della sua vita, a distanza di oltre 15 anni da quelle pagine, a pochi mesi dalla sua morte, non è affatto difficile credere che la sua storia fosse fatalmente segnata da una definizione sociale – assai differente da quella dell’indice -, usata quella volta anche dall’autore del testo ma con profondo rispetto: "povero".

Dire che Mimmo fosse povero era in realtà un eufemismo. Non viveva una situazione fatta solo di privazioni materiali, ma anche una complessa e quanto mai indescrivibile povertà immateriale. E’ stato un uomo che ha commesso errori ed ha pagato. Forse troppo. Ad iniziare con l’isolamento e l’abbandono, fino a ritrovarsi nello stato di evidente difficoltà nel quale l'abbiamo conosciuto, ridotto sulla sedia a a rotelle, su cui fu costretto dopo ben poco note o chiare vicende.

Certo che Mimmo non è stato uno stinco di santo, immacolato ed irreprensibile, ma non per questo si potevano accettare senza indignazione e giustificare situazioni, comportamenti, omissioni che lo hanno relegato a sopravvivere in uno stato ai limiti della disumanità per diversi anni.

Lo possono raccontare i giovani del Servizio Civile Caritas che lo hanno assistito anche nelle più elementari operazioni di igiene personale.

Come avesse potuto ridursi in quello stato è sempre stato per me difficile da comprendere. Non vogliamo qui giudicare postmortem la sua condotta di vita, ma quella degli uomini del suo tempo che hanno permesso in tutta indifferenza che molte cose accadessero.

E’ stata una delle notti più fredde dell’ultimo decennio. La neve iniziava a cadere abbondante e sulla discesa della cattedrale la pioggia delle ore prima si andava trasformando in ghiaccio. Mimmo era la, sul suo triciclo, bloccato e infreddolito, davanti ad un cancello chiuso. Lo abbiamo trovato quasi assiderato.

Proprio quella sera i burocrati comunali avevano sprangato il cancello dell’atrio comunale dove fino alla sera precedente aveva trovato rifugio nel piano terra dell’ex carcere mandamentale.

Qualche tempo prima dal carcere erano stati fatti sgomberare i giovani che avevano iniziato a realizzare attività di centro sociale e che si erano prestati ad ospitarlo in quei locali. Era impossibile per lui raggiungere il bagno per via delle scale. Due secchi divennero così il suo water. Una tanica d’acqua la sua fontana. Dopo lo sgombero dei giovani (che fino ad allora avevano provveduto anche alla pulizia) iniziarono a sentirsi più forti le proteste dei comunali: "Quello puzza e svuota i secchi nell’atrio!"

E così anche per Mimmo arrivò il momento dello sfratto dalla comodissima struttura di accoglienza comunale.

Fu chiusa per lui quella notte la porta della solidarietà comunale, il carcere

abbandonato, ma se ne aprì un’altra, poco lontano, anzi, di fronte, nel palazzo vescovile, per volontà di don Giovanni, nel salone del catechismo, oggi chiamata sala "Alberto". Ci è restato un mese. Fino a quando lavori di restauro resero inutilizzabile la sala.

Ci occorreva una settimana, o almeno pochi giorni, per trovargli una nuova sistemazione dignitosa.

Credevamo che fosse almeno un dovere della comunità civile offrire una soluzione tampone, seppure per pochi giorni. In fondo 30.000 lire di albergo non avrebbero certo mandato in deficit un’amministrazione comunale.

E invece… L’assessore ai servizi sociali non voleva saperne niente, l’impiegato di concetto non voleva essere disturbato mentre giocava la sua partita di zecchinetto con i suoi amici di partito e l’unica assistente sociale del comune era assente per maternità.

"Da Gennaro". Era il nome del piccolo ma unico albergo in Acquaviva, nella centralissima via Roma. Non ricordo come, ma quella sera riuscimmo a vincere la riluttanza del gestore ad ospitarlo. In fondo i soldi non puzzano, a differenza delle persone.

Non so se quanti lo scansavano, quanti evitavano i suoi inseguimenti per l’elemosina, o anche quanti si mostravano nei suoi confronti ‘generosi’ ricordano il colore dei suoi occhi. Bravo nel fare apparire le cose quali non erano – indimenticabili tutte le volte che era riuscito a farsi cacciare dal padrone di casa per aver dato in subaffitto a qualche immigrato la sua stanza mentre poi raccontava di essere stato ingannato. I suoi occhi azzurri e belli tradivano sempre il profondo senso di dolore e di sofferenza che si portava dentro.

Nonostante tutte le sue mancanze, un merito gli va ascritto: aver messo in crisi le coscienze di tanti e aver sbattuto in faccia a molti le vuote parole di retorica sulla carità, sulla società civile e solidale.

Ricordare Mimmo come poeta penso sia in fondo una riabilitazione della persona – se non fosse bastata la sua muta sofferenza. Di lui è stato scritto: "DOMENICO FAVESI fu RAFFAELE, Via Pozzo Monopoli 19, nato a Bari il 5/3/1945; residente in Acquaviva dall’11/1/58.

Uomo del popolo; povero, volenteroso, onesto; dotato del modesto titolo della licenza elementare, non poté continuare gli studi per indigenza assoluta. Possiede il dono naturale della poesia, e molti versi ha scritto così come la sua vena poetica scaturiva dalla sua mente."

E’ morto in una calda giornata di fine di ottobre, in un letto di ospedale. Anno del Giubileo.





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