A don Francesco Cassol


In ricordo di don Francesco Cassol

Suggestiva bellezza dona la visione dei monti e delle valli: dolomiti bellunesi.
Chi ha avuto la possibilità di compiere escursioni o passeggiate suoi sentieri montani non può dimenticare le emozioni che solo simili
spettacoli della natura sanno trasmettere.
Sembra quasi al viandante di camminare più vicino a Dio.
Figlio della propria terra, don Francesco ne amava la bellezza, ne conosceva i sovraumani silenzi, ne leniva le ferite della storia.
Tempra da montanaro, coraggio dell’esploratore, pellegrino in cerca di Dio.
Che un sacerdote, figlio delle dolomiti, abbia scelto per diversi anni il territorio della Murgia per soddisfare la propria sete di ricerca di Dio
non fa che onorare e dare valore alla nostra terra.
Don Francesco non è venuto in cerca di un deserto.
E’ stato condotto su questa terra da un imperscrutabile disegno divino, cui chi ha fede si affida ciecamente.
Che ragione darsi della sua morte?
In una notte d’estate, sotto il tiro di un bracconiere.
Il sangue dei martiri ha nei secoli prodotto frutti.
Un imperscrutabile disegno divino ha voluto che don Francesco donasse il suo sangue per questa terra.
A pochi mesi dalla tragica scomparsa di don Francesco, si è svolta al pulo di Altamura una cerimonia.
E’ stato il tentativo di riconciliazione del popolo della Murgia con la comunità di Longarone e con se stesso.
“Non per condannare, non per perdonare, ma per ricordare un uomo” ha detto il sindaco di Longarone.
Un uomo buono.
Che aveva speso la sua vita per ricucire il tessuto di una piccola comunità distrutta dalla più grande tragedia ambientale voluta dall’uomo
nella storia d’Italia. La diga del Vajont.
Con uno slancio di generosità, poi, il desiderio della missione.
E nella calda estate era sulla Murgia, guida spirituale di un gruppo di pellegrini.
Il segno del pellegrino era l’unico durante la celebrazione del funerale: i suoi scarponcini da montagna ai piedi dell’altare.
Anche sulla murgia è stato posto un segno.
Domenica 7 novembre.
Una nuda pietra.
Grande quanto la bontà di un uomo.
E pesante.
Saremo capaci di non dimenticare questa storia?
Di andare oltre le assurde argomentazione proferite all’indomani della tragedia?
Diventerà mai questa terra Arca di Pace, come nell’insegnamento di don Tonino?
La marcia fino al Pulo significa la ripresa del cammino.
Ora il passo tocca a noi.
Una ghianda preziosa, frutto di una quercia rara del Bosco della Parata di Santeramo, è stata donata ai presenti alla manifestazione.
Un seme per la vita.

Vittorio Dinielli








 




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