E’ bella anche così

Sembra lo studio plastico per una colonna tortile del Bernini.

E’ un albero ultrasecolare di gelso, molto danneggiato da un agente di carie.

Fa bella mostra di sé nell’aia di una cascina, oggi B&B Pousada, nella campagna alle porte di Verona.

“Raccontava mio nonno che quando hanno costruito la cascina, oltre cento anni fa, questo albero di gelso era già qui; i suoi rami erano così ampi che arrivavano alla facciata della costruzione. E alla sua ombra si svolgevano i pasti, non solo della famiglia, ma di tanti lavoratori che venivano qua, picconi e badili, per scavare un grande canale di irrigazione, ancora oggi in funzione.

Non mancavano mai, alla sua ombra, i canti di un popolo di lavoratori.

Le sue foglie, inoltre, erano il pasto per i bachi da seta che qui venivano allevati”.

A raccontarci la storia di questo gelso è Sergio Cristenelli, contadino veneto in attività, titolare del B&B che mi ospita e che parla correntemente anche portoghese e inglese.

Il declino di questa pianta è iniziato negli anni 80, quando molti rami si seccarono e uno cadde. Un fungo patogeno, probabilmente un agente di carie bruna.

Lo stato di avanzamento della malattia è molto inoltrato e la pianta può considerarsi persa. Ma questo non ha significato l’abbattimento.

Sono chiaramente visibili nel tronco gli interventi di slupatura.

“E’ bella anche così”.

La chioma è quasi completamente persa. Ma resta ancora un grosso ramo che ogni anno torna a vegetare. Il fusto del tronco è molto provato. Ne è possibile ancora poter ricostruire la maestosità.

I numerosi interventi di pulitura delle parti marcescenti gli conferiscono l’aspetto di una scultura…

Una bellezza drammatica.

L’abbattimento non rientra minimamente nelle opzioni di Sergio, che anzi ha deciso, per evitare i pericoli di un possibile crollo dovuto ad eventuali tifoni o tempeste, di creare intorno al tronco una struttura che ne segua le linee contorte: un vero e proprio esoscheletro, sul quale possa adagiarsi dolcemente la pianta, quando ormai morta, dovesse staccarsi da terra, evitando che cada rovinosamente.

A distanza di oltre 30 anni dal manifestarsi dell’opera del nefasto fungo devastatore, nonostante la gravissima patologia, il tronco sconquassato e martoriato dalla malattia e dalla cura, questo albero è ancora lì a dimostrare l’attaccamento della vita alla terra.

Forse la sua fortuna è di aver incontrato un contadino del profondo nord e non una istruita biologa del sud.

Vittorio Dinielli




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